732 Perdonanza. L’omelia del Cardinal De Mendonca alla Messa per l’apertura della Porta Santa

Cari Fratelli e Sorelle

Esiste un filo esplicito che lega ogni civiltà degna di questo nome: la capacità di trasformare il conflitto in riconciliazione, la colpa in redenzione, la frattura in comunità ricostruita. Non è un caso che tutte le grandi epoche umane – anche la nostra – abbiano dovuto misurarsi, prima o poi, con la domanda più difficile: che cosa facciamo del male che ci siamo fatti gli uni gli altri? La risposta a questa domanda è, in fondo, la misura stessa di una cultura. Una civiltà che non sa perdonare è una civiltà condannata a ripetere all’infinito le proprie ferite; una civiltà che sa perdonare è una civiltà che sa continuare a esistere insieme, e a far ripartire la speranza.

È in questo orizzonte che va collocata la Perdonanza Celestiniana: non come semplice folklore o pittoresca rievocazione storica, ma come uno dei più antichi e potenti dispositivi culturali e spirituali per dare forma collettiva, pubblica e ripetibile al gesto del perdono.

Quello di papa Celestino V fu un gesto rivoluzionario per il suo tempo e per tutti i tempi: il perdono non riservato a pochi, ma offerto universalmente, a chiunque varcasse la soglia della misericordia di Dio con cuore sincero. Non stupisce che questo evento sia riconosciuto come precursore del Giubileo universale della Chiesa cattolica. L’Aquila rinnova ogni anno questo rito: il Corteo della Bolla, l’apertura della Porta Santa, l’accensione del Tripode della Pace. E questa è una tradizione cultuale e culturale che ha attraversato guerre, terremoti, epidemie e mutamenti, sempre riproponendo la stessa feconda verità: il perdono è possibile, la speranza della ripartenza è necessaria e questo tesoro va celebrato pubblicamente perché la comunità possa rigenerarsi.

Ciò che rende la Perdonanza un patrimonio di rilevanza universale — e non solo un’eredità aquilana o abruzzese — è proprio questa dimensione pubblica e collettiva del perdono. Nelle culture umane, il perdono privato è già un atto di grande valore morale; ma il perdono rappresentatocelebratoritualizzato davanti a un’intera comunità ha una funzione ulteriore: educa, tramanda, costruisce identità condivisa. Insegna alle generazioni che si succedono che la riconciliazione non è debolezza, ma la forma più alta di forza civile.

Non è un caso che il riconoscimento UNESCO del 2019, che ha iscritto la Perdonanza Celestiniana nel Patrimonio culturale immateriale dell’umanità, ne abbia sottolineato proprio il legame identitario e fondativo tra luoghi, comunità e cittadini. Un patrimonio immateriale, per definizione, è un comportamento che si tramanda, un gesto che una comunità sceglie di ripetere perché in esso riconosce ciò che è, ciò che vuole restare, ciò che vuole insegnare al mondo. E dopo il terremoto del 2009, che ferì L’Aquila nel corpo e nell’anima, la Perdonanza ha assunto un significato ulteriore: quello della rinascita. Una città che si rialza celebrando il perdono è una città che sceglie – anche se con tante fatiche – di non restare prigioniera del proprio dolore.

Non è dunque casuale che, in questo anno 2026, in cui L’Aquila è Capitale italiana della Cultura, la Perdonanza Celestiniana torni a essere il cuore pulsante di questa celebrazione. In un tempo storico segnato da guerre, polarizzazioni e fratture, il messaggio che parte dalla Basilica di Collemaggio acquista un’attualità che va ben oltre i confini abruzzesi. La Perdonanza è una proposta culturale rivolta al presente. Dice che la riconciliazione può ancora essere una categoria collettiva, non solo un affare delle coscienze; che le comunità ferite possono scegliere di raccontarsi attraverso il perdono anziché attraverso il rancore o la stanchezza; che una porta, aperta una volta all’anno, può continuare a rappresentare simbolicamente ciò che ogni civiltà dovrebbe custodire: la possibilità di ricominciare insieme. Di ricominciare sempre.

Il perdono, nella Sacra Scrittura, ha la forma di un varco: è sterilità che si spacca per lasciar passare il fiume della misericordia di Dio; è ostacolo che diventa soglia per azione della Grazia; è ciò che eravamo che si affaccia su ciò che possiamo ancora diventare, com’è accaduto per esempio al figliol prodigo. Il Vangelo di Giovanni lo afferma oggi con un’immagine che disarma ogni fatalismo: «Io sono la porta». Allora, per ogni essere umano c’è una porta, che è Cristo, non soltanto una infinità di ostacoli e di muri. 

Nella prima lettura dal profeta Isaia c’è un protesto dalla gente che dice: “digiuniamo, ci copriamo di sacco e cenere, ci pieghiamo fino a terra — perché tu, Signore, non lo vedi? Perché non ti commuovi?” La risposta di Dio taglia come una lama che ama troppo per tacere: il digiuno che Dio cerca è sciogliere le catene inique, è spezzare ogni giogo, è condividere il pane, è aprire la porta di casa — ancora una porta! — a chi non ne ha. Solo allora, dice il profeta, «la tua luce sorgerà come l’aurora» (58,8): non una luce prestata, ma un’aurora che nasce dal di dentro. La conversione, dunque, deve essere verificabile anche nella carne dell’altro — nel giogo tolto, nel pane diviso, nello sguardo che non si volta dall’altra parte. Il volto del povero è l’altare dove ogni discorso religioso viene pesato, e trovato vero o vuoto.

Nella lettera dell’apostolo Paolo c’è un versetto che dovrebbe farci tremare, se solo lo ascoltassimo con orecchie nuove: «Vi supplichiamo in nome di Cristo: lasciatevi riconciliare con Dio» (2Cor 5,20). Non siamo noi a dover piegare Dio, mendicando il suo perdono con sacrifici e parole giuste. È Dio che si china, è Dio che implora, è il Creatore che supplica la creatura, scandalo che nessuna teoria dei meriti riuscirà mai a addomesticare. Qui tocchiamo la radice più segreta della grazia: il perdono di Dio precede sempre la nostra richiesta.  La grazia ha già fatto il primo passo, molto prima che io lo meritassi, molto prima che io lo desiderassi. Non dobbiamo avere paura del nostro bisogno di perdono, né avere vergogna delle nostre lacrime di contrizione. 

La voce di Cristo nel Vangelo di Giovanni che abbiamo letto scardina ogni immagine inaccessibile di Dio che avessimo ancora in mente: «In verità, in verità vi dico: io sono la porta delle pecore» (Gv 10,7). Cristo non si paragona a una legge o a un giudizio: si paragona a un luogo di passaggio vicino ed aperto a noi, a un’architettura umile fatta apposta per essere attraversata. E ripete, come chi vuole che nessuno fraintenda: «Io sono la porta: se uno entra attraverso di me, sarà salvato; entrerà e uscirà e troverà pascolo» (10,9).

In questa unica frase è racchiusa un’intera teologia del perdono, e vale la pena sostare come si sosta davanti a una fiamma che illumina la nostra oscurità. «Sarà salvato». Il verbo greco, sōthēsetai, è guarigione, è ritorno o riscoperta dell’integrità esistenziale. Chi attraversa la porta non riceve un’assoluzione da esibire: riceve in dono la propria interezza. «Entrerà e uscirà». Dettaglio decisivo: la porta è un movimento di nuova creazione. Il perdono autentico non incatena il perdonato a un debito perenne: lo restituisce alla libertà di camminare, di «uscire e trovare pascolo». E, infine, il perdono non si esaurisce nell’istante dell’assoluzione.  Cristo – la vera porta non promette solo «vita», promette vita «in abbondanza». Genera più vita di prima — relazioni più mature, comunità più larghe, cuori civili più dilatati.

Nella sua prima parola da Pontefice, Leone XIV ha scelto di ripetere per tre volte l’annuncio pasquale: «La pace sia con tutti voi. Questa è la pace di Cristo risorto. Una pace disarmata e una pace disarmante, umile e perseverante». Non un augurio di circostanza, ma una pace che trae la sua forza proprio dalla mitezza di chi rinuncia a minacciare. Gesù ci insegna ad amare fino in fondo. 

Ecco allora la parola conclusiva: in relazione alla pace che dobbiamo abbracciare e costruire, questo è «il momento favorevole», questo è «il giorno della salvezza». Non domani. Non quando ci sentiremo forti. Oggi. Così come siamo — feriti, fragili, divisi. Oggi la Porta Santa è aperta, e nessuno, può richiuderla. Non stiamo solo ripetendo un rito antico. Stiamo rinnovando un patto. Chi ha orecchi, varchi la soglia.

Card. José Tolentino de Mendonça