Perdonanza 2026. L’omelia dell’Arcivescovo mons. D’Angelo per la chiusura della Porta Santa

La liturgia che stiamo celebrando richiama tutti noi all’evento di grazia della Perdonanza celestiniana, la quale illumina la nostra città e il nostro territorio da 732 anni. Questo dono è talmente grande da avere un respiro universale, il faro della Misericordia, non conosce confini ma abbraccia l’intera umanità.

La Parola che è stata proclamata ci aiuta ad entrare dentro questo mistero, che non è opera dell’uomo ma di Dio. Giovanni Battista ci viene presentato come uomo giusto e santo, è un uomo di Dio che richiama alla verità della vita e ne presenta la bellezza. Dal racconto del Vangelo il Battista con l’espressione “non ti è lecito” richiama Erode alla verità e alla giustizia. Dall’altra parte Erode pur non accettando questo rimprovero dà credito alla persona di Giovanni, perché riconosce il valore della sua condotta di vita. Invece Erodiade non riesce ad accettare il giudizio di Giovanni e vuole azzittirlo pur di non riconoscere il proprio errore, vuole eliminare l’altro che gli crea difficoltà, non è capace di accettare la verità che gli viene presentata. In questi tre personaggi possiamo cogliere le dinamiche differenti determinate da sensibilità diverse, ma soprattutto da riferimenti esistenziali diversi. San Giovanni avendo come riferimento Dio conserva in sé la giustizia e la verità della persona umana, mentre Erode ed Erodiade, in forme certamente diverse, hanno come riferimento se stessi, quindi una visione esistenziale circoscritta, limitata ai propri interessi. L’uomo però non è fatto per le cose piccole, per grazia di Dio è inserito nel mistero della Vita senza confini, chiamato a un respiro eterno già presente in questo tempo dell’esistenza terrena, non legato al tempo cronologico ma alla comunione con il Padre. 

Nella seconda lettura San Paolo ci illumina rispetto a questa verità e dice: “Se uno è in Cristo, è una nuova creatura; le cose vecchie sono passate; ecco, ne sono nate di nuove. Tutto questo però viene da Dio, che ci ha riconciliati con sé mediante Cristo e ha affidato a noi il ministero della riconciliazione”(2Cor 5,17-18). Sì “le cose vecchie sono passate”, questo vale anche per noi che siamo passati per la Porta Santa che è Cristo. Il gesto fatto non è semplicemente un atto devozionale ma sacramentale, perché non si è attraversata semplicemente la soglia di una porta, ma nel dono del sacramento della Riconciliazione e dell’Eucarestia, in Cristo siamo rinati a nuova vita, siamo entrati in relazione con il mistero dell’amore paterno di Dio.

La Perdonanza è questo: una parola piena di Dio. Ogni volta che la pronunciamo, la mente, ma soprattutto il cuore, devono aprirsi a questa luce di amore – l’atto del perdono infatti è un dono divino – quindi ogni volta che pensiamo alla Perdonanza, il pensiero deve rimandarci al Padre della misericordia. 

Papa Francesco nella Bolla di indizione del Giubileo straordinario della Misericordia, Misericordiae Vultus dice: “Abbiamo sempre bisogno di contemplare il mistero della misericordia. È fonte di gioia, di serenità e di pace. È condizione della nostra salvezza. Misericordia: è la parola che rivela il mistero della SS. Trinità. Misericordia: è l’atto ultimo e supremo con il quale Dio ci viene incontro. Misericordia: è la legge fondamentale che abita nel cuore di ogni persona quando guarda con occhi sinceri il fratello che incontra nel cammino della vita. Misericordia: è la via che unisce Dio e l’uomo, perché apre il cuore alla speranza di essere amati per sempre nonostante il limite del nostro peccato”(MV 2).

Celebrare la Perdonanza in questo anno in cui L’Aquila è stata riconosciuta “Capitale italiana della cultura”, ci aiuta a rileggere la radice di questa nostra città che è determinata da questo fondamento evangelico, possiamo dire, è vocazione propria della nostra identità aquilana. Tale dono ha attraversato secoli, quest’anno celebriamo per la 732ma volta la Perdonanza, questo ci dice la profondità e autenticità di questa radice, perché è il cuore del Vangelo. La tradizione che si è conservata in questi secoli ha segnato lo sviluppo socio-culturale della città e del territorio, dunque si può concludere che la nostra cultura è impastata di questo dono. 

La Perdonanza, come sappiamo, è una intuizione profetica di San Celestino V; anch’egli uomo di Dio, come il Battista, ha segnano la storia, in modo molto umile e semplice, ma la sua testimonianza e il suo insegnamento non sono soggetti all’usura del tempo. Pietro dal Morrone, monaco eremita, ha vissuto un rapporto profondo con il Signore, si è lasciato attraversare dall’amore di Dio, e proprio perché morto a se stesso e rinato in Cristo ha potuto riconoscere nella Misericordia un dono necessario all’uomo, perché possa trovare o ritrovare se stesso. Solo in Dio, infatti, si acquieta il cuore della persona umana. Sant’Agostino di cui ieri abbiamo celebrato la memoria così pregava: “…Ci hai fatti per te, e il nostro cuore non ha posa finché non riposa in te…”( Conf. 1,1.5)

Il Papa Santo, attraverso il suo stile di fede, ha invitato gli uomini e le donne di quel tempo a posare lo sguardo su Dio. La sua testimonianza e profezia è valida ancora oggi per ciascuno di noi che siamo invitati a guardare a Dio, a rimettere Cristo al centro della nostra esistenza. Se il Signore è il nostro riferimento, allora anche noi, come ci testimoniano il Battista e Celestino, potremo acquisire quella libertà interiore che ci apre alla verità e alla sapienza del cuore. Un monaco del Medioevo dice: “Noi chiediamo sovente il dono di un cuore nuovo. Ebbene, forse riducendo un po’ la ricchezza di questa espressione – ma è per capirci – il cuore nuovo ci è dato quando ci innamoriamo del Signore. Ancora una volta perciò riconosciamo che questo è un dono, ma che possiamo disporci a riceverlo procurando di conoscere sempre di più, specie attraverso l’esperienza, il Signore, cioè cercando di condividere i sentimenti in tutte le situazioni concrete della vita”. (Maestro di San Bartolo, Abbi a cura il Signore, San Paolo, Cinisello Balsamo (MI), pag 66).

Spesso leghiamo la Perdonanza al tema della pace. Questo è vero, il perdono genera la pace, e la pace non è un atto di volontà ma d’amore, infatti solo chi ama costruisce la pace che è frutto di quell’equilibrio interiore che il cuore umano trova solo se si sente amato e  dona amore. 

La Perdonanza ha inciso fortemente nella storia e cultura aquilana, sia una lampada sempre accesa, affinché, come Comunità, possiamo risplendere ed essere capaci di illuminare anche gli altri e costruire la pace vera fondata sull’amore che viene da Dio. Il progetto di vita che abbiamo ereditato è grande, non scoraggiamoci se non sempre  ci riusciamo, tenendo fisso lo sguardo verso Cristo sentiamo nostre le parole del profeta Geremia: “Ti faranno guerra, ma non ti vinceranno, perché io sono con te per salvarti” (Ger 1,19). 

Siamo sicuri che il Padre che è nei cieli non ci lascerà soccombere, ma in lui siamo vincitori per una vita piena.       

+ Antonio D’Angelo

Arcivescovo Metropolita dell’Aquila