Il fuoco tra le tante caratteristiche ha quella di illuminare. La luce è una condizione essenziale della vita, sia per noi uomini che per tutto il creato, non ci sarebbe vegetazione se non vi fosse la luce del sole.
Nel simbolo del fuoco della Perdonanza la luce richiama lo Spirito Santo, dono di grazia e di sapienza divina. Nel perdono ritroviamo quella luce di speranza capace di attivare un processo nuovo di vita. Lo Spirito Santo permette di uscire dal cenacolo delle nostre paure per intraprendere un nuovo percorso esistenziale. L’Aquila è stata riconosciuta “Capitale italiana della cultura”, credo che il segno più grande e più bello della nostra cultura sia proprio la Perdonanza, celebrare questo mistero ogni anno, ci aiuta a rifocalizzare la verità dell’uomo e della sua umanità.
Cultura è vivere ciò che si è, curando quei valori che danno senso alla persona umana, cultura è promuovere la dignità della persona umana, e quale dono più grande può esaltare l’uomo se non l’amore di Dio offerto nel perdono?
Nel Vangelo quando Gesù perdona dice:”alzati ti sono perdonati i tuoi peccati” (cfr. Lc 5,20). E’ proprio cosi: la misericordia permette all’uomo di rialzarsi e riprendere il cammino con una consapevolezza nuova, perché toccato dalla grazia di Dio. Il dono ricevuto rischiara il cuore della persona, così da poter scendere più in profondità per scrutare e conoscere nella verità il valore della vita, mistero comprensibile grazie alla sapienza divina. Il fuoco della Perdonanza ci ricorda questa luce di sapienza, dono dello Spirito Santo, affinché possiamo interpretare il mistero della vita con vera saggezza, nel fare scelte giuste per noi e per gli altri, così da costruire una Comunità capace di favorire il bene comune.
La sapienza che viene dallo Spirito Santo aiuta a leggere gli eventi dell’esistenza, coglierne il senso e apre a nuovi orizzonti senza lasciarsi imprigionare dalle paure, da logiche dettate da interessi, ma apre alla libertà creativa della persona umana affinché il processo di trascendenza a cui l’uomo è chiamato possa realizzarsi attraverso la “Civiltà dell’amore”. Il concetto di civiltà dell’amore è stato enunciato da papa Paolo VI, nel Regina Coeli del maggio 1970, e ripreso da Papa Leone XIV nell’enciclica Magnifca Humanitas, che dice: “Oggi dobbiamo recuperare con forza questa visione: la civiltà dell’amore che non è un’utopia ingenua, ma un progetto esigente. Essa consiste nel tradurre la carità in strutture di giustizia, nel dare corpo istituzionale alla fraternità e nel considerare l’altro –sia esso persona o popolo- come alleato necessario per la costruzione del bene comune. Come ci ha ricordato l’Enciclica di Papa Francesco, Fratelli tutti, solo questo amore sociale, capace di farsi cultura e norma, può generare un ordine internazionale stabile, trasformando la convivenza da semplice coesistenza armata a comunità di destino”.
Auguro a tutti di incamminarsi lungo questa via ereditata da San Celestino V per essere testimoni di un mondo nuovo segnato dall’amore del Padre.
+ Antonio D’Angelo
Arcivescovo Metropolita dell’Aquila

